La signora Inganni
1856 - 1859
inventario
IGB-8492
identificazione
del soggetto
ritratto di Amanzia Guerillotdel soggetto
autori
Inganni, Angelo
(esecutore)
collocazione
deposito
descrizione
Sagoma antropomorfa in legno a grandezza naturale, raffigurante Amanzia Guerillot Inganni in piedi, a figura intera, con un abito blu dall'ampia gonna sostenuta da una crinolina, un mazzo di fiori nella mano destra e un fazzoletto nella sinistra.
Committenza, funzione e storia di questo ritratto sagomato a grandezza naturale sono state chiarite in occasione delle ricerche condotte in occasione del restauro. L'opera fu realizzata dal pittore bresciano Angelo Inganni, che ritrasse la seconda moglie Amanzia Guerillot (Milano, 1828 - Boffalora sopra Ticino, 1905) con un mazzo di fiori in mano. La particolare tipologia di ritratto sagomato, di cui si conoscono solamente altri due esemplari ora in Collezione Litta (raffiguranti un Ussaro e una Brianzola, di dimensioni poco inferiori al naturale) deriva dalla sua funzione d'uso, ossia quella di fermaporta.
Ce lo chiarisce Giorgio Nicodemi nella sua prefazione al catalogo della mostra monografica su Angelo Inganni tenutasi a Brescia nel 1942: "Qualcuno mi raccontò strane prodezze pittoriche dell'Inganni e della sua seconda moglie. I quadri erano una bella cosa, ma non avevano sempre un così lieto esito da giustificare le fatiche necessarie per dipingerli. I due coniugi si adattarono a dipingere soldati solenni su sagome di legno per fermare le porte; mazzi di fiori su superfici lucide di specchi, per un ornamento di dubbio gusto che fu pure di moda. Per una sartoria dipinsero una serie di figurini che si stendevano lungo l'anticamera, tutti cordialmente curvati in un inchino. In una casa, sul vetro di una porta, l'Inganni stesso dipinse la testa di un grosso cane con la bocca spalancata, a pena trattenuto da una mano energica. Paraventi, ventagli, cartelle, scatole, carte di lettere ricevevano dal suo pennello, curiose decorazioni di fiori, di scenette, di figurine. Delle figure su sagome di legno una sola mi avvenne di trovare: quella di una donnina che, tenendo in mano un mazzo di fiori, si presenta leggiadra e spigliata, nel suo abito verde azzurro dalla larga gonna. La conserva il pittore Aldo Mazza, ed egli ricorda che l'Inganni la donò a suo nonno, il pittore Giuseppe, e che l'Inganni stesso l'aveva fatta a punto per la sua casa, perché dimostrasse la prima cordialità con la quale voleva accogliere i suoi ospiti."
Nicodemi dovette essere ben colpito dall'opera, esposta in mostra col generico titolo di "figura femminile", tanto da sceglierla come immagine per la sovraccoperta del catalogo. L'opera apparteneva al pittore, illustratore e cartellonista Aldo Mazza (Milano, 1880 - Gavirate, 1964), che la conservava nella quadreria di famiglia, pervenutagli a sua volta dal nonno Giuseppe Mazza (Milano, 1817 - 1884) che, come ricorda Nicodemi, lo ebbe in dono da Inganni in persona. Giuseppe Mazza, pittore romantico specializzato in grandi tele di soggetto storico e patriottico e in scene di genere, condivise con Inganni gli studi all'Accademia di Brera, sotto la guida di Francesco Hayez e Luigi Sabatelli. Da questa frequentazione, continuata negli anni in occasione delle annuali esposizioni braidensi, dovette nascere questo dono molto personale e la conservazione fino ai giorni nostri di un'opera non concepita per essere esposta in maniera tradizionale, ma un vero e proprio manufatto d'uso, soggetto a usura e rischio di danni, come in effetti avvenne per quest'opera.
Di queste "prodezze pittoriche", vere e proprie opere d'occasione realizzate per i più diversi utilizzi sia da Angelo Inganni che dal fratello Francesco e dalla moglie Amanzia, rimangono pochissimi esemplari: oltre ai due ritratti di Collezione Litta già menzionati, una coppia di Angeli per la parrocchiale di Gussago e un tacchino, anch'esso sagomato, dipinto da Francesco, in collezione privata. Nel Fondo Inganni dei Musei Civici di Brescia si conservano infine, inediti, alcuni disegni per ventagli, forati per lo spolvero e raffiguranti fiori e frutta, riconducibili a questo tipo di produzione occasionale.
Come già menzionato, la donna raffigurata è Amanzia, figlia di Nicolò Guerillot, primo contabile di Napoleone Bonaparte. Amanzia conobbe Inganni a Milano nel 1842, quando divenne sua promettente allieva, specializzandosi in dipinti di fiori e di vedute urbane, genere in cui Inganni era diventato uno dei pittori più famosi e richiesti. Nello stesso anno Inganni sposò Aurelia Bertera, vedova del pittore e miniaturista bresciano Giovan Battista Gigola, con la quale lasciò Milano per trasferirsi alla Santissima, un ex monastero sul colle prospicente Gussago dove dobbiamo proprio immaginare la collocazione del nostro dipinto.
La carriera di pittrice Amanzia proseguì negli anni successivi, anche se continuò a posare come modella per Inganni, diventandone confidente e amante. Questo non impedì il suo trasferimento a Gussago, e la domestica frequentazione della Santissima, di Angelo Inganni e della moglie Aurelia Bertera, che morì nel 1855. L'anno successivo, nel 1856 Amanzia sposò Angelo Inganni diventandone la seconda moglie. Queste vicende ci aiutano a datare meglio l'opera al periodo 1856-1859. Tra il 1859 e il 1860 Inganni eseguì infatti due ritratti della seconda moglie, entrambi ambientati a lume di candela (altro genere in cui eccelse) in cui possiamo riconoscere le stesse fattezze della donna ritratta nella tavola, oltre a una certa somiglianza degli abiti.
La particolare funzione di uso domestico dell'opera è confermata dalla tecnica utilizzata da Inganni, che dipinse a olio direttamente su un supporto ligneo costituito da più assi di legno di risulta, senza preparazione e con zone di risparmio confermate dal restauro. Pennellate sottili e ricche di dettagli definiscono viso, mani inguantate, fazzoletto e mazzo di fiori, mentre il resto della composizione, dedicata all'abito blu, è costruito con rapide pennellate ricche di colpi di luce. L'incarnato roseo e il sorriso richiamano la funzione dell'opera, con la padrona di casa intenta ad accogliere i suoi ospiti. Il bianco colletto è chiuso da una spilla in pastiglia dorata, che aggiunge un ulteriore tocco di realismo, insieme ai trafori all'altezza della vita.
Il dipinto entrò nelle collezioni del Museo nel 1976, in seguito al legato di Paolina Farnesi, vedova di Aldo Mazza, che dava seguito alle volontà del marito di donare la collezione di famiglia, costituita da un gruppo di opere dello stesso Aldo, del nonno Giuseppe, oltre a una selezione di dipinti del XIX secolo, tra cui il ritratto della "Signora Inganni", come viene citata nel testamento. Dalla morte di Aldo Mazza nel 1964 e fino alla donazione al Museo, l'opera fu depositata, insieme ad altre della Collezione Mazza, presso la sede dell'ONAS (Ordine Nazionale Autori e Scrittori) presso la casa del Manzoni a Milano. L'allestimento della donazione Mazza al Museo non fu particolarmente valorizzato e le opere rimasero pressoché inedite, tanto che nella mostra bresciana del 1998 la tavola viene citata con ubicazione sconosciuta. Il restauro finanziato da Italia Nostra ha permesso di restituirle l'importanza e il valore che si merita.
Committenza, funzione e storia di questo ritratto sagomato a grandezza naturale sono state chiarite in occasione delle ricerche condotte in occasione del restauro. L'opera fu realizzata dal pittore bresciano Angelo Inganni, che ritrasse la seconda moglie Amanzia Guerillot (Milano, 1828 - Boffalora sopra Ticino, 1905) con un mazzo di fiori in mano. La particolare tipologia di ritratto sagomato, di cui si conoscono solamente altri due esemplari ora in Collezione Litta (raffiguranti un Ussaro e una Brianzola, di dimensioni poco inferiori al naturale) deriva dalla sua funzione d'uso, ossia quella di fermaporta.
Ce lo chiarisce Giorgio Nicodemi nella sua prefazione al catalogo della mostra monografica su Angelo Inganni tenutasi a Brescia nel 1942: "Qualcuno mi raccontò strane prodezze pittoriche dell'Inganni e della sua seconda moglie. I quadri erano una bella cosa, ma non avevano sempre un così lieto esito da giustificare le fatiche necessarie per dipingerli. I due coniugi si adattarono a dipingere soldati solenni su sagome di legno per fermare le porte; mazzi di fiori su superfici lucide di specchi, per un ornamento di dubbio gusto che fu pure di moda. Per una sartoria dipinsero una serie di figurini che si stendevano lungo l'anticamera, tutti cordialmente curvati in un inchino. In una casa, sul vetro di una porta, l'Inganni stesso dipinse la testa di un grosso cane con la bocca spalancata, a pena trattenuto da una mano energica. Paraventi, ventagli, cartelle, scatole, carte di lettere ricevevano dal suo pennello, curiose decorazioni di fiori, di scenette, di figurine. Delle figure su sagome di legno una sola mi avvenne di trovare: quella di una donnina che, tenendo in mano un mazzo di fiori, si presenta leggiadra e spigliata, nel suo abito verde azzurro dalla larga gonna. La conserva il pittore Aldo Mazza, ed egli ricorda che l'Inganni la donò a suo nonno, il pittore Giuseppe, e che l'Inganni stesso l'aveva fatta a punto per la sua casa, perché dimostrasse la prima cordialità con la quale voleva accogliere i suoi ospiti."
Nicodemi dovette essere ben colpito dall'opera, esposta in mostra col generico titolo di "figura femminile", tanto da sceglierla come immagine per la sovraccoperta del catalogo. L'opera apparteneva al pittore, illustratore e cartellonista Aldo Mazza (Milano, 1880 - Gavirate, 1964), che la conservava nella quadreria di famiglia, pervenutagli a sua volta dal nonno Giuseppe Mazza (Milano, 1817 - 1884) che, come ricorda Nicodemi, lo ebbe in dono da Inganni in persona. Giuseppe Mazza, pittore romantico specializzato in grandi tele di soggetto storico e patriottico e in scene di genere, condivise con Inganni gli studi all'Accademia di Brera, sotto la guida di Francesco Hayez e Luigi Sabatelli. Da questa frequentazione, continuata negli anni in occasione delle annuali esposizioni braidensi, dovette nascere questo dono molto personale e la conservazione fino ai giorni nostri di un'opera non concepita per essere esposta in maniera tradizionale, ma un vero e proprio manufatto d'uso, soggetto a usura e rischio di danni, come in effetti avvenne per quest'opera.
Di queste "prodezze pittoriche", vere e proprie opere d'occasione realizzate per i più diversi utilizzi sia da Angelo Inganni che dal fratello Francesco e dalla moglie Amanzia, rimangono pochissimi esemplari: oltre ai due ritratti di Collezione Litta già menzionati, una coppia di Angeli per la parrocchiale di Gussago e un tacchino, anch'esso sagomato, dipinto da Francesco, in collezione privata. Nel Fondo Inganni dei Musei Civici di Brescia si conservano infine, inediti, alcuni disegni per ventagli, forati per lo spolvero e raffiguranti fiori e frutta, riconducibili a questo tipo di produzione occasionale.
Come già menzionato, la donna raffigurata è Amanzia, figlia di Nicolò Guerillot, primo contabile di Napoleone Bonaparte. Amanzia conobbe Inganni a Milano nel 1842, quando divenne sua promettente allieva, specializzandosi in dipinti di fiori e di vedute urbane, genere in cui Inganni era diventato uno dei pittori più famosi e richiesti. Nello stesso anno Inganni sposò Aurelia Bertera, vedova del pittore e miniaturista bresciano Giovan Battista Gigola, con la quale lasciò Milano per trasferirsi alla Santissima, un ex monastero sul colle prospicente Gussago dove dobbiamo proprio immaginare la collocazione del nostro dipinto.
La carriera di pittrice Amanzia proseguì negli anni successivi, anche se continuò a posare come modella per Inganni, diventandone confidente e amante. Questo non impedì il suo trasferimento a Gussago, e la domestica frequentazione della Santissima, di Angelo Inganni e della moglie Aurelia Bertera, che morì nel 1855. L'anno successivo, nel 1856 Amanzia sposò Angelo Inganni diventandone la seconda moglie. Queste vicende ci aiutano a datare meglio l'opera al periodo 1856-1859. Tra il 1859 e il 1860 Inganni eseguì infatti due ritratti della seconda moglie, entrambi ambientati a lume di candela (altro genere in cui eccelse) in cui possiamo riconoscere le stesse fattezze della donna ritratta nella tavola, oltre a una certa somiglianza degli abiti.
La particolare funzione di uso domestico dell'opera è confermata dalla tecnica utilizzata da Inganni, che dipinse a olio direttamente su un supporto ligneo costituito da più assi di legno di risulta, senza preparazione e con zone di risparmio confermate dal restauro. Pennellate sottili e ricche di dettagli definiscono viso, mani inguantate, fazzoletto e mazzo di fiori, mentre il resto della composizione, dedicata all'abito blu, è costruito con rapide pennellate ricche di colpi di luce. L'incarnato roseo e il sorriso richiamano la funzione dell'opera, con la padrona di casa intenta ad accogliere i suoi ospiti. Il bianco colletto è chiuso da una spilla in pastiglia dorata, che aggiunge un ulteriore tocco di realismo, insieme ai trafori all'altezza della vita.
Il dipinto entrò nelle collezioni del Museo nel 1976, in seguito al legato di Paolina Farnesi, vedova di Aldo Mazza, che dava seguito alle volontà del marito di donare la collezione di famiglia, costituita da un gruppo di opere dello stesso Aldo, del nonno Giuseppe, oltre a una selezione di dipinti del XIX secolo, tra cui il ritratto della "Signora Inganni", come viene citata nel testamento. Dalla morte di Aldo Mazza nel 1964 e fino alla donazione al Museo, l'opera fu depositata, insieme ad altre della Collezione Mazza, presso la sede dell'ONAS (Ordine Nazionale Autori e Scrittori) presso la casa del Manzoni a Milano. L'allestimento della donazione Mazza al Museo non fu particolarmente valorizzato e le opere rimasero pressoché inedite, tanto che nella mostra bresciana del 1998 la tavola viene citata con ubicazione sconosciuta. Il restauro finanziato da Italia Nostra ha permesso di restituirle l'importanza e il valore che si merita.
definizione
dipinto sagomato
misure
altezza: 175 cm (tavola); larghezza: 113,50 cm (tavola); profondità: 3,5 cm (tavola)
materiali
legno di conifera (pittura a olio)
acquisizione
Farnesi Mazza, Paolina (1976/12/15)
iscrizioni
"O.N.A.S./ DONO DI ALDO E PAOLA MAZZA (dedicatoria)
"3" (inventariale)
"3" (inventariale)
settore
Collezioni d'arte
bibliografia
Angelo Inganni: tra Brescia e Gussago (1850-1880), a cura di Luciano Anelli, Roccafranca, Compagnia della stampa Massetti Rodella, 2023
De Grada R. / Fiordimela C., Ottocento Novecento. Le collezioni d'arte del Museo della Scienza e della Tecnica "Leonardo da Vinci" di Milano, Garbagnate Milanese, Anthelios, 2000
Angelo Inganni, 1807-1880: un pittore bresciano nella Milano romantica, a cura di Fernando Mazzocca, Milano, Skira, 1998
Giorgio Nicodemi, Angelo Inganni, Milano, Libreria Lombarda, 1942
De Grada R. / Fiordimela C., Ottocento Novecento. Le collezioni d'arte del Museo della Scienza e della Tecnica "Leonardo da Vinci" di Milano, Garbagnate Milanese, Anthelios, 2000
Angelo Inganni, 1807-1880: un pittore bresciano nella Milano romantica, a cura di Fernando Mazzocca, Milano, Skira, 1998
Giorgio Nicodemi, Angelo Inganni, Milano, Libreria Lombarda, 1942
tipologia
dipinto
scheda ICCD
OA
Codifica Iconclass
61 B 2 (AMANZIA GUERILLOT INGANNI)