
Casco aeronautico sovietico per alta quota
inventario
D-1380
collocazione
M2/ Spazio
descrizione
Casco aeronautico pressurizzato di costruzione sovietica specificamente progettato per utilizzo in missioni ad altissima quota; modello GS-h 6A.
Il guscio è realizzato in alluminio ricoperto di fibra di vetro mentre per le altre parti sono stati utilizzati gomma, plastica, stoffa e pelle.
Il casco è completo di visiera, imbottitura, collarino di bloccaggio con guarnizione in gomma, pacchetto di comunicazione integrato (2 cuffie e microfono ad asta) e tubo per l'ossigeno. La visiera, a tenuta pneumatica, è riscaldata elettricamente per evitarne l'appannamento.
E' presente una visiera interna antiriflesso in vetro colorato; di dimensioni più piccole di quella esterna viene azionata tramite una leva posta davanti al regolatore di ossigeno di emergenza e si ritrae tra la fodera e la calotta del casco.
Internamente il casco è abbondantemente imbottito per offrire comfort e isolamento. L'ossigeno viene convogliato nel lato destro della calotta e, in piccola parte, anche attorno alla visiera principale per contribuire a prevenire l'appannamento.
Questa tipologia di casco veniva tipicamente utilizzata dai piloti sovietici degli anni Settanta su aerei da combattimento e intercettori come i MiG-21, MiG-23 e MiG-25, che potevano raggiungere altitudini anche molto superiori ai 10.000 metri addirittura al limite dell'atmosfera terrestre.
In ambito spaziale erano usati dall'Agenzia Spaziale Sovietica per l'addestramento dei cosmonauti in voli sub-orbitali.
Data questa loro caratteristica furono il punto di partenza degli ingegneri della Zvezda per progettare i caschi delle nuove tute spaziali della famiglia Sokol resesi necessarie dopo il tragico incidente della Sojuz 11 avvenuto il 29 giugno 1971 che causò la morte dei tre cosmonauti a bordo Dobrovolsky, Patsayev e Volkov.
I tre uomini morirono durante il rientro a terra a causa del malfunzionamento del sistema di rilascio del loro modulo Sojuz che, al momento dello sgancio dalla stazione spaziale Saljut1 alla quale erano fissati, causò l'apertura involontaria di una valvola dalla quale tutta l'aria della cabina fuoriuscì immediatamente. Non indossando tute pressurizzate, pratica che non era prevista e neanche possibile non essendoci in cabina lo spazio necessario, i tre uomini morirono quasi istantaneamente per asfissia. Il drammatico tentativo di chiudere la valvola manualmente, infatti, non riuscì.
Da quel momento venne messa mano a una profonda riprogettazione della Sojuz e si svilupparono le nuove tute pressurizzate Sokol che, con i nuovi protocolli, avrebbero dovuto essere indossate durante le fasi di lancio e di rientro. L'esperienza già acquisita nella costruzione delle tute per i piloti militari, che già da anni volavano in condizioni di estrema criticità, aiutò i tecnici nelle progettazione delle nuove tute e dei nuovi caschi per uso spaziale che, infatti, furono pronte in soli due anni.
Il guscio è realizzato in alluminio ricoperto di fibra di vetro mentre per le altre parti sono stati utilizzati gomma, plastica, stoffa e pelle.
Il casco è completo di visiera, imbottitura, collarino di bloccaggio con guarnizione in gomma, pacchetto di comunicazione integrato (2 cuffie e microfono ad asta) e tubo per l'ossigeno. La visiera, a tenuta pneumatica, è riscaldata elettricamente per evitarne l'appannamento.
E' presente una visiera interna antiriflesso in vetro colorato; di dimensioni più piccole di quella esterna viene azionata tramite una leva posta davanti al regolatore di ossigeno di emergenza e si ritrae tra la fodera e la calotta del casco.
Internamente il casco è abbondantemente imbottito per offrire comfort e isolamento. L'ossigeno viene convogliato nel lato destro della calotta e, in piccola parte, anche attorno alla visiera principale per contribuire a prevenire l'appannamento.
Questa tipologia di casco veniva tipicamente utilizzata dai piloti sovietici degli anni Settanta su aerei da combattimento e intercettori come i MiG-21, MiG-23 e MiG-25, che potevano raggiungere altitudini anche molto superiori ai 10.000 metri addirittura al limite dell'atmosfera terrestre.
In ambito spaziale erano usati dall'Agenzia Spaziale Sovietica per l'addestramento dei cosmonauti in voli sub-orbitali.
Data questa loro caratteristica furono il punto di partenza degli ingegneri della Zvezda per progettare i caschi delle nuove tute spaziali della famiglia Sokol resesi necessarie dopo il tragico incidente della Sojuz 11 avvenuto il 29 giugno 1971 che causò la morte dei tre cosmonauti a bordo Dobrovolsky, Patsayev e Volkov.
I tre uomini morirono durante il rientro a terra a causa del malfunzionamento del sistema di rilascio del loro modulo Sojuz che, al momento dello sgancio dalla stazione spaziale Saljut1 alla quale erano fissati, causò l'apertura involontaria di una valvola dalla quale tutta l'aria della cabina fuoriuscì immediatamente. Non indossando tute pressurizzate, pratica che non era prevista e neanche possibile non essendoci in cabina lo spazio necessario, i tre uomini morirono quasi istantaneamente per asfissia. Il drammatico tentativo di chiudere la valvola manualmente, infatti, non riuscì.
Da quel momento venne messa mano a una profonda riprogettazione della Sojuz e si svilupparono le nuove tute pressurizzate Sokol che, con i nuovi protocolli, avrebbero dovuto essere indossate durante le fasi di lancio e di rientro. L'esperienza già acquisita nella costruzione delle tute per i piloti militari, che già da anni volavano in condizioni di estrema criticità, aiutò i tecnici nelle progettazione delle nuove tute e dei nuovi caschi per uso spaziale che, infatti, furono pronte in soli due anni.
definizione
casco aeronautico
misure
lunghezza: 32 cm; larghezza: 31 cm; altezza: 26 cm; peso: 2.3 kg
acquisizione
Spada, Antonio Benedetto (2014)
settore
Spazio
tipologia
casco aeronautico
scheda ICCD
PST